LA TERAPIA BIOSISTEMICA

LA TERAPIA BIOSISTEMICA

  • articolo a cura della Dott.ssa Erica Carbone

È opinione diffusa in ambito clinico che ogni approccio rivolto ad malessere non strettamente fisiologico debba rifarsi unicamente alla condizione mentale che il paziente ci porta quando chiede aiuto.

Questa visione, unilaterale e distorta, non considera per nulla, però, il forte legame che il corpo ha con la psiche.

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Eppure tale legame è visibile in numerose manifestazioni: l’aumento del battito cardiaco in seguito ad un rumore improvviso, il pianto dopo uno spavento, il tremore quando si è in ansia… tutti comportamenti spontanei che fanno capo a quelle che noi chiamiamo le nostre emozioni.

Le emozioni sono state studiate sotto diversi profili scientifici (fisiologico, psicologico, medico…) ma poco si sa sulla sua capacità di controllo. È noto, infatti, che particolarmente problematica è considerata la condizione in cui un soggetto non riesce a controllare il suo impulso al pianto. La depressione vede in questo atteggiamento uno dei suoi sintomi fondamentali ed ha ricevuto una grande attenzione scientifica.

Meno interesse ha scaturito, invece, la condizione vissuta da chi, nonostante abbia una grandissima quantità di motivi per piangere, non riesce a farlo, mostrando di continuo una serenità invidiabile. L’assenza di pianto, è stato dimostrato, produce, però, una grandissima quantità di problematiche e ritorsioni sia a livello psichico che a livello psichico che non possono essere trascurate. È proprio su queste basi che si innalza la struttura della terapia concentrata sul corpo e sulla sua psicopatologia.

Lo scopo del terapeuta diviene complessificare la realtà riportata dal paziente per mostrargliela in ogni suo aspetto, anche quello più apparentemente trascurabile. Il fatto che un soggetto ricorra al sorriso piuttosto che al pianto può essere indice di un condizionamento appreso dai comportamenti familiari o amicali che hanno condotto il paziente ad assumere tale atteggiamento come difesa. Non è consentito socialmente, infatti, avere uno scatto di rabbia eccessivo o di violenza verso chi ci fa un torto e stimola le nostre reazioni neurofisiologiche della rabbia; eppure l’emozione repressa si ripercuote inevitabilmente sul nostro corpo e, laddove non trovi via d’uscita, resta insita in esso sottoforma di irrigidimenti, tremori…

Un concetto importantissimo in ambito biosistemico è quello di radicamento, inteso come l’insieme di forze viscerali, psichiche, muscolari che sottostanno alla postura del nostro corpo. Le tre direzioni del radicamento sono:

  • la verticale, con aumento del tono muscolare e dell’attività muscolare e sta ad indicare l’intenzione all’azione;
  • interno o orizzontale, con l’acquisizione di una posizione supina o fetale che riporta alla condizione ricettiva del soggetto;
  • simbolico, che si traduce fisicamente con lo stare seduti e che è vista a livello psicologico come la conquista del ruolo di adulti.

Il fulcro della relazione terapeutica resta, però, è l’empatia. Quando un paziente arriva da noi spera che, come in medicina, il nostro potere sia quello di individuare il male (diagnosi) e di estrarlo definitivamente (operazione chirurgica). Per quanto l’uso dei bisturi possa incutere timore essa è un’operazione decisamente più immediata e semplice rispetto allo scavo che un esperto può effettuare nel vissuto dell’individuo. Numerose possono essere i risultati a differenza di un intervento medico che sarà con esito positivo o negativo.

Il terapeuta di suo nutrirebbe la stessa fantasia ma, laddove inizia a sentire lo stato dell’altro, l’impulso all’empatia consente di stringere un legame positivo ai fini del trattamento. Empatia significa, infatti, entrare completamente e attivamente nella parte della propria vita che sta arrivando alla deriva.

Non è necessaria una predisposizione particolare per giungere all’empatia; serve, piuttosto, un lavoro di adattamento; solo così possiamo renderci utili al nostro paziente. Il concetto di empatia è anche alla base del pensiero di Rodgers. Secondo questo studioso senza empatia l’individuo che chiede aiuto rimarrebbe solo nel suo stato di malessere. Grande ricercatore dell’empatia fu anche Kohut, il quale studiò l’empatia materna come base della formazione del sé della persona. Gli ingredienti per una buona condizione empatica sono il rispecchiamento, l’apprezzamento, l’incoraggiamento, la fiducia e gli applausi.

La Biosistemica tratta l’empatia anche da un punto di vista corporeo. In questo caso è necessario che ci sia un accordo tonico nel contatto e un ritmo di voce adeguato alla circostanza. In questo troviamo un aspetto importante della terapia biosistemica. L’empatia rientra anche all’interno degli stadi del processo terapeutico insieme all’identificazione, l’approfondimento, il vissuto di riparazione e l’integrazione. Non tutte queste fasi, chiaramente, vengono sempre rispettate; la plasticità del processo terapeutico comporta, infatti, che a seconda della situazione ognuna di queste possa assumere un tempo diverso.

Dott.ssa Erica Carbone
Psicologa - Salerno

 

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Ultima modifica: 01/07/2016

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